La rappresentazione della paternità nel cinema contemporaneo: alcuni esempi
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Dario Viganò Direttore responsabile della rivista "Nostro Cinema", docente di Comunicazioni Sociali presso l’ISSR e impegnato nel Settore del Cinema e dello spettacolo, presso la Conferenza Episcopale Italiana. |
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Perché parlare di paternità, concetto chiave nella spiritualità e nella pedagogia di don Luigi Monza, proprio a partire dal cinema?
Perché esso si presenta come vero e proprio testo, che offre modalità di rappresentazione e dunque è un vero e proprio strumento conoscitivo della complessità del reale. Può apparire azzardato, ma vorrei pensare lo schermo cinematografico come l’iconostasi la quale, come scrive Florenskij è una "Gruccia della spiritualità"1 poiché "non è che celi qualche cosa ai fedeli, non qualche mistero interessante e arguto come per ignoranza e amor proprio taluni hanno sostenuto, ma anzi l’iconostasi materiale addita ad essi, mezzi ciechi, il mistero del santuario, dischiude ad essi, mezzi storpi e sciancati, l’ingresso nell’altro mondo".2
Mi pare sia allora suggestivo pensare così il cinema, cioè come qualcosa che non celi ma disveli il senso profondo: oggi la cultura contemporanea non si assesta sull’evidenza del mistero di Dio ma vive della fragilità del rimando ad esso, rimando tanto sottile quanto imprescindibile, poiché, come dice Giovanni Paolo II: "Ogni cultura ha il suo cuore presso il mistero di Dio".
Il cinema è dunque un testo che offre una modalità di rappresentazione, di ri-ad- presentazione, cioè di un essere nuovamente presenza e per questo diventa un vero e proprio strumento conoscitivo della complessità del reale, potremmo dire un viaggio nel labirinto delle relazioni affettive ed educative. Scrive a questo proposito Maria Luisa Bionda:
"[…] Nella rappresentazione, qualunque tipo di rappresentazione, esiste una realtà altra, che non viene mai del tutto colta, ma solo svelata, raggiunta, avvicinata, e un ente che compie il processo di rappresentazione (che si avvicina a quella realtà)".3
Ciò è particolarmente vero per il cinema in cui ciò che si mostra e colui che compie il processo di rappresentazione, lo spettatore, sono separati da quel telo bianco che è assenza dell’uno e dell’altro, dell’immagine rappresentata e dello spettatore, e proprio per questo è possibilità aperta dell’uno e dell’altro, del concretizzarsi dell’immagine da un lato e del fissarsi dello sguardo dello spettatore dall’altro, e può pertanto metterli in relazione.
Ancor di più, in questo senso il cinema presenta se stesso come emblematico viaggio alla ricerca dei confini della paternità: esso possiede, infatti, quelle stesse dinamiche di proiezione e di identificazione che sono proprie del rapporto con la figura che ciascuno di noi ha incontrato o incontra lungo il proprio cammino, la figura del padre.
La disgregazione: ovvero la rappresentazione dominante
Nel cinema si fonde l’immaginario collettivo, dove si presentano gli stereotipi dell’idea paterna, sempre più riconosciuti, oggi, nella disgregazione e nella disperazione del proprio ruolo. Chi ha presente un po’ le commedie che hanno rivisitato recentemente il ruolo del padre, sa che esse rappresentano lo spaesamento e la difficoltà di riconoscersi in una figura che ha perso la forza dell’indiscutibilità, lo statuto intoccabile di autorità .
Cercherò di raccogliere alcune suggestioni su questo tema della paternità a partire da altrettante rappresentazioni che di essa si danno nella cinematografia.
La produzione contemporanea rappresenta una figura paterna che è disperata, ha perduto il proprio ruolo, non sa più cosa fare. Anche in film come Harry a pezzi, di Woody Allen, e Full Monty di Peter Cattaneo, abbiamo questo tipo di rappresentazione che è forse quella maggiormente diffusa ai nostri giorni. In questi film l’immagine della paternità oscilla tra lo spaesamento di fronte alla perdita di un rapporto forte, autoritario, che come tale sembrava fornire sicurezza, e la ricerca di un nuovo rapporto con i figli, più fragile ma anche più autentico.
In Full Monty si narra la storia di un gruppetto di disoccupati inglesi i quali, per guadagnare un po' di soldi, decidono di esibirsi come spogliarellisti. Non sono particolarmente belli e lo sanno, ma sono decisi a tentare anche l’ultima carta, quella del "full monty", del nudo integrale, pur di attirare un po’ di attenzione guadagnare qualche sterlina. Ma a questo spogliarsi fisico corrisponde un "mettersi a nudo" completamente, con i propri problemi di uomini disoccupati, di mariti o amanti in difficoltà nel comunicare con le proprie partner, di padri che hanno perduto la certezza di un ruolo e lo devono reinventare.
In Harry a pezzi, invece, il protagonista è uno scrittore sessuomane, egoista e alcolizzato che ha costruito il proprio successo sulla vita delle persone che lo hanno conosciuto: tre mogli, sei psicanalisti e numerose amanti. E quando si rende conto di essere andato in "overdose di se stesso" cerca aiuto dalle persone che più gli vogliono bene: un amico, una prostituta, suo figlio. Si rende conto che la sua vita può essere considerata un fallimento, che forse i suoi detrattori hanno ragione, ma lui non riesce e non vuole essere diverso da quello che è, uno scrittore la cui unica vera relazione è quella con la pagina bianca nella macchina da scrivere.
Il rapporto educativo: tra la pretesa e l’offerta
Se la disgregazione è dunque quella che potremmo indicare come la rappresentazione dominante, essa è in qualche modo il risultato dell’incontro-scontro di vissuti differenti rispetto alla figura paterna.
In particolare, esiste una polarizzazione che potremmo sinteticamente indicare con due termini che indicano due contrastanti modi di intendere il rapporto educativo: da un lato la pretesa, dall’altro l’offerta. Da una parte il rapporto educativo che vive di una (presunta) sicurezza: "Io sono tuo padre, tu devi dunque fare ciò che ti chiedo"; dal lato opposto lo stesso rapporto vissuto come un’offerta: quella del padre che sa, con arte maieutica, far emergere dalla coscienza dell’individuo quei grandi sogni, quei grandi desideri che vanno custoditi nella differenza, accompagnati nelle difficoltà e soprattutto fatti fruttare nel momento in cui il figlio raggiunge gradualmente la propria maturità.
Il rapporto preteso
C’è dunque la prima polarizzazione: la pretesa di essere padre, pretesa che indica l’arroganza, l’autorità, anche una mancanza del rapporto affettivo per cui ci si nasconde dietro un ruolo che si pensa di poter pretendere; da un’altra parte invece vi è la semplicità di chi sa offrire un esempio.
Da questo punto di vista ci sono film molto interessanti: uno di questi è Sei gradi di separazione, di Fred Schepisi: questo film è interessante perché mostra una coppia di mercanti d’arte a New York che ha pensato e risolto il problema del rapporto educativo con i figli. Come? Mettendo un grosso pacchetto di quattrini a disposizione dei figli, perché essi possano frequentare il master ad Harvard. Questo film rappresenta a chiare linee la pretesa di voler essere padre quando mancano, però, i contorni della paternità.
Ma c’è ancora un’altra vicenda cinematografica interessante, se volete anche un po’ scabrosa, il film Il prete di Antonia Bird, dove assistiamo ad una relazione totalmente violenta pretesa dal padre nei confronti di una bambina, che rivela questo drammatico segreto a un sacerdote in confessione, il quale si trova impotente, appunto perché non può rivelare nulla.
Un film in cui è delineato un percorso di "liberazione" dalla figura opprimente del padre è La promesse, di Jean-Pierre e Luc Dardenne, dove c’è una sorta di complicità che il padre pretende da un figlio adolescente quindicenne nel traffico di immigrati clandestini. Il figlio, che diventa di fatto la longa manus del padre, che va a riscuotere gli affitti (in nero evidentemente), va a raccogliere i documenti degli immigrati, incontrerà ad un certo punto la sorte di un marocchino caduto da un ponteggio: quest’uomo, prima di morire, si farà promettere dal ragazzo di aver cura della moglie e del bambino.
Dall’incontro con la morte il protagonista inizia un cammino di coscienza, di liberazione nei confronti del padre violento, di questo padre che è una figura che sovrasta continuamente la libertà del figlio impedendogli di essere se stesso.
Intermezzo
Vi è poi un film che in maniera emblematica tocca entrambi i versanti, quello della pretesa e quello dell’offerta, e che ha avuto un grandissimo successo tra i giovani al punto che, se entrate in Internet, c’è un grosso Sito dedicato ad esso. Mi riferisco a L’attimo fuggente di Peter Weir, film conosciutissimo del 1989, con un’interessante regia anche per quanto riguarda la figura del padre.
In un collegio del Vermont, nel 1959 sette studenti mettono in pratica gli insegnamenti del professor Keating, che parlando loro attraverso la poesia di Whiltman, li sprona a pensare con la loro testa, a tessere relazioni importanti. Tra di essi c’è un ragazzo che ama fare teatro, va bene a scuola e riceve una concreta opportunità per fare l’attore, ma ciò gli viene impedito dalla famiglia.
Questo è un film che ha l’intenzione di visitare il mondo della scuola, ma sappiamo che la scuola, rispetto alla famiglia, inizia molto prima e finisce molto dopo, cioè inizia e finisce esattamente là dove si consumano le relazioni familiari.È qui infatti presentato un grande contrasto tra figli e genitori, un contrasto che il prof. Keating tenta di mediare e a volte finisce con il rendere ancora più evidente.
Nella scena in cui il padre si oppone alla volontà del figlio di fare l’attore, vi è un gioco assai interessante della macchina da presa: mentre il padre sta uscendo dalla stanza, subito dopo il duro "no", la macchina da presa lo mette a fuoco: ciò che è dunque chiaro di quel rapporto sono i contorni assoluti della paternità d’autorità. Solamente quando il figlio risponderà "Sissignore", quindi il rapporto sarà delineato come di assoluta sudditanza, lo sguardo del padre lo coglierà come figlio e la telecamera lo metterà a fuoco. Se, dunque, il rapporto insegnante–ragazzi è qui rappresentato come rapporto positivo, "paterno" nel senso più vero che questa parola riveste, la relazione padre-figlio è basata totalmente sulla pretesa paterna di determinare e possedere la vita del figlio.
L’idea di fondo è proprio questa: "Io ho fatto un sacrificio e tu devi comunque realizzare ciò che io ho pensato per il tuo bene". Abbiamo qui, dunque, la rappresentazione di un’idea autoritaria della paternità che distrugge invece di costruire, proprio perché non si apre al figlio, come invece è l’essenza del rapporto paterno inteso da don Luigi Monza. Così, ciò che uno desidera nel proprio cuore fare, perché questo è uno dei criteri fondamentali del discernimento della vita, avrà come conseguenza il suicidio.
Un altro film emblematico su questo versante è I 400 colpi, di Truffaut. Film importantissimo, incoronato dal Festival di Cannes e il cui titolo è un modo di dire francese per esprimere "farne di cotte e di crude". Un film tra i più importanti della Nouvelle vague francese.
Il film racconta la storia di solitudine di un bambino non voluto, figlio di una ragazza madre che nel frattempo si è sposata. Questa donna ha una vita parallela e la tensione familiare, data anche da una precaria situazione economica, è avvertita dal bambino. Egli si sente rifiutato e per sopravvivere a questa drammatica situazione di una paternità che non percepisce e di una maternità che ha smarrito, marina la scuola, compie piccoli furti, dice tante bugie. Viene preso, messo in riformatorio, alla fine riuscirà a fuggire. Qui abbiamo la rappresentazione di un rapporto educativo che è basato su leggi sociali che vanno comunque rispettate (in questa direzione va la frase del commissario: "Verità nei metodi antichi..."), ma il problema sta proprio qui.
Il problema, infatti, non è l’osservanza o meno delle leggi, ma è che la relazione di paternità si costruisce solo in un legame affettivo, che viene molto prima e si esaurisce molto dopo rispetto al porre il confine del lecito o del non lecito, del cosa puoi fare e del cosa non puoi fare. Dunque è una rappresentazione ancora su una polarizzazione negativa, cioè di un padre che scopre in sé la totale inadeguatezza a questo rapporto perché è totalmente immaturo, e allora delega.
Molto spesso si delega ad altre istituzioni ciò che non si riesce a fare in proprio. Si fallisce dal punto di vista relazionale e allora si domanda che siano altri ad intervenire, ad essere presenti per questa sorta di rapporto educativo.
Una anomalia nella relazione tra padre e figlio
Tra questo tipo di rappresentazione e il rapporto, che vedremo tra poco, basato sull’offerta, vi è quella che potremmo chiamare la rappresentazione anomala del rapporto padre-figlio, dove cioè i ruoli si sono rovesciati, dove il figlio diventa colui che accompagna la fragilità del padre. Da questo punto di vista un film imprescindibile è Nel nome del padre, di Jim Sheridan.
Questo film racconta una storia vera, quella di un gruppo di giovani irlandesi sospettati e condannati ad una lunga detenzione, come appartenenti all’IRA. Il caso viene riaperto dopo molti anni, perché una giovane avvocatessa si prende cura di questo gruppo di giovani, che vengono poi assolti, anche in appello, e addirittura viene incriminata la polizia, perché li aveva torturati durante la prigionia. Questo è un film certamente d’azione, eppure è anche un film di grande crescita psicologica e umana, in particolare di uno dei giovani, un piccolo ladro, che vive un grande conflitto con il padre e poi si ritrova con lui nella stessa cella del carcere. E quando si ritrova a condividere lo stesso identico destino, certo per motivazioni differenti, questo conflitto arriva all’acme, ma proprio a partire da lì il giovane inizia a conoscere veramente il padre, inizia a comprenderlo, si fà carico dei problemi del padre da sempre sofferente. Così, il figlio accudirà il padre morente e vecchio perché si accorgerà che c’è stato un tempo mancato, la possibilità di un rapporto assolutamente unico che è andato perduto per troppe incomprensioni.
E allora la cella diventa il luogo della trasformazione, del necessario confronto con il padre, dell’accoglimento da parte del figlio del suo ruolo di padre nei confronti di un altro, che era il suo padre vero, quello che lo aveva generato.
L’offerta
Eccoci giunti all’altro aspetto della polarizzazione del rapporto padre-figlio, quello che rappresenta l’aspetto positivo della paternità. Su questo versante possiamo individuare due film emblematici, girati in questi ultimi anni: Dead-man walking di Tim Robbins e Il postino di Michael Radford.
Il primo è la storia di una suora, sister Helen, che ad un certo punto riceve casualmente una lettera da parte di un detenuto nel braccio della morte: diventerà sua consigliera spirituale e quindi vivrà i momenti più drammatici della conversione di quest’uomo che va a morire su un lettino. Qui è una suora, una donna, a vivere la paternità nei confronti di Mattew, intesa appunto come il cuore del concetto di don Luigi Monza: paternità come custodia dell’altro, come un prendersi cura, paternità che vive nella discrezione dell’icona del buon samaritano.
Vi è una scena in cui Mattew, sul lettino a forma di croce, ha nella memoria il ricordo del grave peccato commesso, aver violentato una ragazza e ucciso il ragazzo di lei, peccato che ha confessato alla suora. Alla sua affermazione: "Io sono colpevole" la suora gli risponde: "Tu adesso sei figlio di Dio". Egli piange dinanzi al perdono di lei.
Il ricordo del delitto, un flash-back in bianco e nero, è forse un po’ forte nella rappresentazione. Forte ma discreto: c’è sempre un albero che nasconde questo drammatico atto, quasi a dire che anche la macchina da presa, una volta conosciuto il peccato, deve distaccarsi perché non è l’ossessione dei propri peccati che è importante, ma la certezza della misericordia di Dio, che proprio perché odia ciò che io ho commesso, può amare me.
E’ un film molto interessante anche perché per questo uomo, da quando esce dalla cella fino al momento in cui deve morire, il tempo della narrazione coincide esattamente con il tempo della realtà ed è una dilatazione temporale insostenibile. E’ bello perché non è il solito innocente ingiustamente ucciso: questo è davvero un delinquente, un criminale. E’ un film che mette dinanzi la realtà di un paese che si proclama civile, occidentale, democratico come l’America, che, per insegnare che non è lecito uccidere, uccide appunto.
Assai importanti, nella scena dell’esecuzione, sono i giochi di riflesso sul vetro della stanza della morte: la macchina da presa, che è dentro la stanza, riprende il volto di Mattew, e dall’altra parte del vetro c’è a volte la suora, a volte ci sono i genitori delle vittime. A seconda che la macchina riprenda il volto della suora o il volto dei genitori delle vittime, abbiamo un riflesso differente. Il riflesso è da una parte il volto di Mattew, dall’altra parte i suoi piedi con le pantofole bianche. Non è una cosa insignificante: perché il riflesso del volto indica che sister Helen incontra l’uomo nel suo essere volto, cioè nel suo mistero, nella sua dignità e gli ridona la sua vera immagine. E’ difficile da accettare anche per noi, perché il problema della conversione cristiana è che ci dà sempre un po’ fastidio un Dio che possa voler bene anche ad un criminale come questo. Eppure, Dio è proprio così.
Quando invece vengono ripresi i genitori delle vittime, il riflesso è quello dei piedi e delle pantofole bianche, cioè il loro sguardo vuole incontrare Mattew nel segno della sua spogliazione e nella perdita della sua dignità.
Mi pare che in tutto il film giochi molto lo sguardo. Sister Helen guarda Mattew, gli comunica amore, partecipazione, e lui ricerca lo sguardo della suora nella quale trova conforto ed affetto. E allora lo sguardo diventa rivelatore di una paternità perché lo sguardo dice la persona. Scrive il filosofo Virgilio Melchiorre:
"La persona e la verità più profonda di sé si coglie solo nello sguardo dell’altro".
La paternità vive di sguardi, gioca con gli sguardi, intreccia gli sguardi.
Il condannato si riconosce nella sua umanità e nella sua dignità perché è riconosciuto uomo e figlio di Dio dallo sguardo di Sister Helen. Lo sguardo dei genitori delle vittime è invece uno sguardo giudicante, soddisfatto, è uno sguardo che pietrifica, riduce Mattew ad oggetto: per loro, egli non è più uomo, ma un mostro da eliminare.
Solo chi si pone al servizio dell’uomo come ha fatto Gesù, sa riconoscere nell’altro la sua dignità, certo una dignità ferita – in questo caso – dalla violenza commessa ma pur sempre una dignità perché ad immagine e somiglianza di Dio. Come dice Biffi, infatti, "Basta che uno sia uomo ed è già oggettivamente vera ed amabile icona di Cristo".
Assai importanti le parole che sister Helen rivolge a Mattew quando inizia il suo cammino verso la cella dove morirà:
"Senti, voglio che l’ultima cosa che vedrai a questo mondo sia il volto dell’amore. Guardami quando sarai lì dentro, guardami. Sul mio volto ci sarà amore per te".
Queste sono parole come Parola: la paternità vive dunque, oltre che di sguardo, della parola. Solo chi sa dosare, creare, rivelare, utilizzare non le chiacchiere e nemmeno il troppo parlare, ma la parola, vive la paternità. La parola che unisce in sé la pesantezza del senso e la discrezione di qualche cosa che, nel momento in cui dice, rivela.
La parola, infatti, nel suo essere profondo, manifesta l’umanità che va in cerca delle umanità altrui, crea un contatto con loro, si scopre come presenza del Dio assente, come segno di Lui, come espressione in cui Egli si manifesta pur essendo e rimanendo l’inesprimibile.
Ecco allora che sister Helen vive anche questa paternità della parola, una parola che rivela la disposizione che Dio ha deciso di prendere verso gli uomini, cioè quella dell’agape, di un amore che è perdono, misericordia, effusione di bontà.
Paternità che è gioco di sguardo e, insieme, gioco di parole: vorrei concludere con un breve accenno al film che rappresenta un po’ il "testamento spirituale" di Troisi: Il Postino.
Anche qui il rapporto paterno è posto tra due personaggi che non hanno un legame familiare: Pablo Neruda e il postino Mario (Troisi) . Quest’ultimo ad un certo punto della sua vita, in cerca di lavoro, legge nell’ufficio postale che cercano un postino, purché sia munito di bicicletta. Ottiene questo posto, dove guadagna poco perché c’è una sola persona –Neruda appunto– cui portare la posta, ma il fascino del poeta è molto forte su Mario: da questa relazione nasce un delicato e formativo rapporto di paternità.
Questo film è emblematico rispetto alla polarizzazione positiva della paternità perché qui si mostra una sorta di rapporto ideale tra padre e figlio, compreso nella forma dell’utopia dell’educare: fare emergere da un individuo la coscienza della propria interiorità. La relazione che si instaura tra Neruda, che qui diventa il padre, e Mario, rappresenta quel percorso certo misterioso che porta alla scoperta delle potenzialità creative, affettive e conoscitive di sé.
La paternità è espressa qui in questo modo: una persona può vivere il proprio essere padre quando educa alla poesia. Dove la poesia, beninteso, non è la lirica ma la capacità di assumere uno sguardo differente sul mondo. Quando Neruda dice: "tu vai fino alla scogliera", cioè fai la strada di tutti i giorni, "e guarda a destra e a sinistra", cioè osserva le cose in maniera differente, lì sta appunto insegnando la poesia.
L’essere padre significa, dunque, offrire la possibilità di apprendere uno sguardo diverso e appassionato sulle cose, cioè impossessarsi di uno strumento (che è appunto lo sguardo) per comprendere gli altri, dedicare un ampio spazio alla conoscenza di sé e delle proprie aspirazioni, coltivare la capacità e il gusto particolare per il mondo circostante al punto da re-inventare il proprio rapporto con esso.
In questo senso paternità significa sapere educare alla poesia, perché essa appartiene alla sfera della libertà personale. La poesia, dirà Mario, non è di chi la scrive ma di chi la usa. Proprio per questo Pablo diventa padre di Mario, perché gli svela il mondo delle metafore e la paternità diventa l’insegnare ad avere un rapporto con l’esterno che veda sotto la superficie.
La metafora raggiunge il suo vertice nel simbolo. E’ un linguaggio di non possesso sulle cose. E’ l’inizio dell’andare oltre, del creare uno squarcio perché si possa comprendere ciò che sta al di là dell’iconostasi. E allora la metafora aiuta a cogliere l’infinita corrispondenza tra le cose, aiuta l’individuo a trovare il proprio posto nella realtà. E proprio attraverso la metafora Mario conquisterà l’amore di Beatrice. Attraverso la poesia Mario realizzerà la relazione umana per eccellenza, che è quella affettiva.
Proprio a questo punto la lezione di Pablo, la paternità di Pablo nei confronti di Mario fa un passo indietro, cioè vive la discrezione che sa arretrare per lasciare all’originalità personale il compito di re-inventare queste metafore. Mario non farà le metafore scritte come le ha fatte Pablo, farà le metafore registrate su nastro magnetico. Impara la lezione, ma la re-interpreta, e il padre si ritrae, vive la discrezione, il nascondimento, facendo un passo indietro non per disinteressarsi ma per custodire con sguardo paterno, da lontano, una differenza da sé.
Paternità di sguardo e di parola, dunque, che proprio perché vissuti in pienezza si manifestano anche come assenze: assenza di sguardo, per lasciare che gli occhi del figlio si muovano da soli e da soli colgano i (nuovi) contorni delle cose; silenzio, per fare venire alla presenza la parola, talvolta incerta ma non per questo meno vera, del figlio.
Testo di don Dario Edoardo Viganò, non rivisto dall’autore